Prigioni senza sbarre

Quando Franco Basaglia avviò la grande riforma dell’istituzione psichiatrica, tradotta nella Legge 180 del 1978 tuttora in vigore, si parlò giustamente e inevitabilmente di libertà e di riconoscimento della dignità dei malati mentali. Chiusura dei manicomi (giustissima), fine dell’internamento dei pazienti psichiatrici. A più di quarant’anni di distanza, è ancora difficile portare elementi di discussione su questo argomento senza scontrarsi con una sorta di resistenza ideologica più che clinica. La critica viene percepita a priori come un attacco alla riforma del servizio psichiatrico, e quindi è press’a poco impossibile senza che chi si esprima in questo senso venga giudicato reazionario, antidemocratico o peggio.

Da quarant’anni mi occupo di clinica, e non a caso la mia specializzazione è in psicoterapia psicoanalitica delle psicosi. Conosco la malattia mentale, nelle sue varie forme. Conosco bene la sofferenza dei pazienti e la fatica delle loro famiglie. Non parlo per sentito dire, o perchè sia influenzabile dalla lettura di articoli riguardanti fatti di cronaca più o meno inquietanti.

Io non ho mai avuto paura di nessun paziente, schizofrenico, paranoico o con qualche disturbo di personalità anche grave. Per questo motivo sto dedicando la mia vita a prendermi cura dei miei pazienti, non reprimendo la loro sofferenza, ma facendomene carico per poter raggiungere con loro una modalità possibile di gestione dei problemi, e, comunque, con l’obiettivo del possibile raggiungimento di una condizione di equilibrio che consenta una totale o parziale autonomia, con un conseguente miglioramento della loro qualità di vita.

Non sono solo belle parole. E’ un lavoro lungo, paziente, in cui la realtà della singola Persona va considerata nella sua peculiarità. Le etichette non bastano a definire le Persone. Un essere umano è il risultato di una base caratteriale, di una personalità e di una storia personale e familiare che le influenza entrambe. Il professor Giorgio Ferlini, mio Maestro, sosteneva che noi, che facciamo questo lavoro, siamo molto fortunati “perchè viviamo molte vite”. E’ vero. Ogni paziente ci insegna qualcosa. Ogni paziente è a suo modo un eroe, per essere riuscito a sopravvivere sia pure attraverso l’elaborazione di difese psicotiche o di vissuti deliranti.

Io ritengo che per poter raggiungere dei risultati che permettano ai nostri pazienti di vivere una vita buona dobbiamo prima di tutto riconoscere la sofferenza ed avere come primo obiettivo il guardare la realtà della malattia senza negarla e senza ridurla ad un insieme di sintomi da reprimere o da contenere, non più con le sbarre di un manicomio, ma con le sbarre invisibili di trattamenti farmacologici ai quali spesso non viene affiancato un lavoro psicoterapico. I farmaci servono, ma non da soli.

Talvolta, oltre al trattamento farmacologico, il paziente può aver bisogno di un momento di ricovero, non solo come emergenza, ma come momento utile alla terapia. L’equilibrio di molti pazienti è fragile, esposto al rischio di uno scompenso che può essere pericoloso. Non è semplicemente reprimendo i sintomi che si risolve il problema. Il paziente talvolta ha bisogno di essere protetto, contenuto non certo nelle squallide strutture manicomiali, ma in ospedali accoglienti, in cui si possano sentire accuditi e tutelati, anche da loro stessi.

La stessa cosa credo valga per qualsiasi problema di salute fisica o psichica. Il farmaco non deve diventare una prigione senza sbarre, simile ai campi di sterminio da cui anche con i cancelli aperti i prigionieri non si fidavano ad uscire per paura di una libertà sognata, desiderata, ma in parte dimenticata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *