Siamo tutti cavie

 Esiste ancora il concetto della dignità dell’essere vivente? E ancora di più dell’essere umano? Il valore della Vita, idealmente l’unico valore assoluto formalmente riconosciuto in tutte le culture di tutto il mondo, a cosa è ridotto?

 Sempre più frequentemente ci vengono presentati come conquiste della scienza e miglioramenti nella qualità della nostra vita degli elementi che vanno esattamente nella direzione opposta a quella della valorizzazione dell’esistenza umana.

 Qualche giorno fa un celebre direttore di un Istituto di Ingegneria Genetica e Biotecnologie affermava, a proposito dell’embrione ibrido pecora-uomo creato negli Stati Uniti per progettare la produzione di organi umani negli animali destinati ai trapianti, che dobbiamo rassegnarci al fatto che anche l’uomo, come gli altri animali, è “una macchina biologica”.

 Ormai sembra abbastanza accettato, più o meno tacitamente, se si fa eccezione per alcune voci fuori dal coro spesso tacciate di radicalismo ed eccesso di moralismo, il fatto che i bambini possono essere concepiti in funzione del desiderio degli adulti che si riconoscono il diritto di essere genitori.

 Non solo, ma ancora più serenamente è ormai accettato il fatto che i bambini che vengono al mondo debbano essere esenti da problematiche genetiche o malformazioni.

 Esiste l’interruzione volontaria della gravidanza, legale entro le 12 settimane di gestazione ma ammessa fino al quinto mese se si parla di aborto terapeutico (terapeutico per la mamma, non certo per il bimbo, secondo quanto affermato dalla legge 194/78).

 In alcuni progrediti paesi del Nord Europa e in alcune realtà degli Stati Uniti esiste anche l’aborto post-nascita, qualora si accerti alla venuta al mondo di un bambino uno stato di grave handicap.

 Ergo, che ci piaccia o no, stiamo arrivando alla legittimazione dell’eugenetica, per la quale il mondo era inorridito quando se ne era occupato il regime nazista, che utilizzava gli “Untermenschen” (trad. sub-umani) come cavie nei lager di nefasta memoria. Ora non ci sono i macellai nazisti, si usa l’anestesia, si opera negli asettici ambulatori moderni, ma la sostanza rimane il ricorso alla manipolazione genetica alla ricerca di una delirante perfezione umana.

 I sopravvissuti poi devono fare i conti con la necessità di risultare conformi agli standard della normalità nelle prestazioni e nei comportamenti.

 I soggetti non adeguati vengono debitamente testati e certificati, in modo da essere trattati in modo differenziato affinché non disturbino troppo il funzionamento dei “normali”.

 Da tutto questo viene rigorosamente lasciato fuori il principio della responsabilità, per il quale si risponde delle proprie scelte. Alla possibilità di scelta rimane un margine ridottissimo, essendo le situazioni umane, e quindi anche la sofferenza, ormai medicalizzate fin dalla più tenera età. Tutto viene trattato come un sintomo, e quindi affrontato come tale non più con mezzi di correzione più o meno discutibili, ma con farmaci e ausili tecnici certamente costosi ma meno impegnativi rispetto all’intervento umano nelle relazioni in cui l’elemento affettivo potrebbe essere terapeutico.

 La malattia mentale viene negata come patologia, viene ascritta a una responsabilità sociale e trattata con medicine di ogni tipo, delle quali una compensa i danni dell’altra. Viene di fatto cronicizzata invece di essere curata. Senza contare sistemi ancora più mostruosi come la Stimolazione Magnetica Transcranica, moderno sistema inibitorio di zone di funzionamento cerebrale.

 Nel momento in cui, e prima o poi accade a tutti, ci si ammala, evidentemente la “macchina biologica” diventa difettosa, e ha bisogno dell’intervento di bravi meccanici che conoscono perfettamente tutti i protocolli esistenti nel mondo globalizzato, e li applicano per permettere alla macchina di continuare a funzionare, fino a quando ha una sua utilità sociale, se non altro nella fruizione dei prodotti industriali a disposizione di una salute che, a dispetto delle affermazioni dell’OMS, diventa solamente l’assenza o la repressione degli infiniti sintomi possibili. Quando poi non serve più, quando la spesa per il suo funzionamento supera il valore del suo apporto sociale, come qualsiasi macchina può essere rottamata. In un progressivo delirio di onnipotenza, l’uomo diventa il padrone della vita e della morte, in un contesto in cui la distinzione tra bene e male non ha più significato, dal momento che l’unico valore riconosciuto rimane quello economico.

 L’uomo allora è un oggetto, con un valore, una merce che può essere comperata, affittata, venduta ed eliminata quando non serve più.

 Il tutto sotto le asettiche lampade di un enorme laboratorio dove non ci sono solo le cavie animali, per le quali rabbrividiamo protestando giustamente contro la pratica della vivisezione, ma dove le cavie siamo tutti noi, ridotti a elementi di un esperimento mostruoso in cui l’individuo e la sua dignità sono solo parole continuamente pronunciate per nascondere e negare la loro inconsistenza.

 O ci svegliamo, riscoprendo il valore della nostra umanità, o siamo destinati a vivere da schiavi al servizio di un potere invisibile e privo di qualunque moralità.

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