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Siamo tutti cavie

 Esiste ancora il concetto della dignità dell’essere vivente? E ancora di più dell’essere umano? Il valore della Vita, idealmente l’unico valore assoluto formalmente riconosciuto in tutte le culture di tutto il mondo, a cosa è ridotto?

 Frequentemente vediamo indicare come conquiste della scienza e miglioramenti nella qualità della vita degli elementi che vanno esattamente nella direzione opposta a quella della valorizzazione dell’esistenza umana.

 Qualche giorno fa un celebre direttore di un Istituto di Ingegneria Genetica e Biotecnologie affermava che anche l’uomo, come gli altri animali, sia “una macchina biologica complessa”. Tale affermazione era riferita all’embrione ibrido pecora-uomo creato negli Stati Uniti. Esso dovrebbe permettere di progettare la produzione di organi umani negli animali destinati ai trapianti nell’uomo.

 Ormai sembra abbastanza accettato, più o meno tacitamente il fatto che i bambini possono essere concepiti in funzione del desiderio degli adulti che propugnano il diritto ad essere genitori. Alcune voci fuori dal coro spesso vengono tacciate di radicalismo ed eccesso di moralismo. Sembra che tutti gli esseri umani, per poter vivere, debbano essere esenti da problematiche genetiche o malformazioni.

 Esiste l’interruzione volontaria della gravidanza, praticata con modalità diverse nei diversi Stati.

 In alcuni “progrediti” paesi del Nord Europa e in alcune realtà degli Stati Uniti esiste anche l’aborto post-nascita.

 Che piaccia o no, stiamo arrivando alla legittimazione dell’eugenetica, per la quale il mondo era inorridito quando se ne era occupato il regime nazista. Il regime utilizzava gli “Untermenschen” (trad. sub-umani) come cavie nei lager di nefasta memoria. Ora non ci sono più i macellai nazisti. Si usa l’anestesia, si opera negli asettici ambulatori moderni, ma la sostanza rimane il ricorso alla manipolazione genetica alla ricerca di una delirante perfezione umana.

 I sopravvissuti poi devono fare i conti con la necessità di risultare conformi agli standard della normalità nelle prestazioni e nei comportamenti.

Per valutare i soggetti non adeguati si utilizzano test e si rilasciano certificati: la scienza medica spesso li tratta in modo differenziato affinché non disturbino troppo il funzionamento dei “normali”.

 Da tutto questo rimane escluso il principio della responsabilità, per il quale si risponde delle proprie scelte. Alla possibilità di scelta rimane un margine ridottissimo, essendo le situazioni umane, e quindi anche la sofferenza, ormai medicalizzate fin dalla più tenera età. L’unica cosa che interessa è il sintomo. Esso viene affrontato come tale non più con mezzi di correzione più o meno discutibili, ma con farmaci e ausili tecnici raffinati. Certamente questi sono costosi ma meno impegnativi rispetto all’intervento umano nelle relazioni in cui l’elemento affettivo potrebbe essere terapeutico.

La psichiatria allora, o meglio l’antipsichiatria, nega la malattia mentale come patologia, ascrivendola a una responsabilità sociale e trattandola con medicine di sempre nuova generazione. La cura, invece di guarirla, finisce con il cronicizzare la malattia. Senza contare sistemi ancora più mostruosi come la Stimolazione Magnetica Transcranica, moderno sistema inibitorio di zone di funzionamento cerebrale.

Quando, come prima o poi accade a tutti, ci si ammala, la “macchina biologica” diventa difettosa, e ha bisogno dell’intervento di bravi meccanici che conoscono perfettamente tutti i protocolli esistenti nel mondo globalizzato. Il compito che devono svolgere è quello di permettere alla macchina di continuare a funzionare. Fino a quando? Fino a quando ha una sua utilità sociale, o non comporta costi troppo elevati. Quando poi non serve più, quando la spesa per il suo funzionamento supera il valore del suo apporto sociale, come qualsiasi macchina può essere rottamata. In un progressivo delirio di onnipotenza, l’uomo diventa il padrone della vita e della morte. In questo contesto la distinzione tra bene e male non ha più significato, dal momento che l’unico valore riconosciuto rimane quello economico.

 L’uomo allora è un oggetto, con un valore, una merce che può essere comperata, affittata, venduta ed eliminata quando non serve più.

 Il tutto sotto le asettiche lampade di un enorme laboratorio a cielo aperto. In esso non ci sono solo le cavie animali, per le quali rabbrividiamo protestando giustamente contro la pratica della vivisezione. Le cavie siamo tutti noi, ridotti a elementi di un esperimento mostruoso in cui l’individuo e la sua dignità sono solo parole vuote.

 O ci svegliamo, riscoprendo il valore della nostra umanità, o siamo destinati a vivere da schiavi al servizio di un potere invisibile e privo di qualunque moralità.

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