Iene

La savana iniziava a popolarsi dei suoni del giorno, e di quel colore giallo che dopo qualche ora sarebbe stato abbagliante. Già da qualche tempo mi sentivo strano, con una stanchezza nelle zampe che non riconoscevo e che mi faceva sentire a disagio. Provavo a correre, ma dopo una manciata di attimi mi mancava il fiato e dovevo rallentare, e poi fermarmi. I miei compagni erano ormai distanti: li sentivo ma non li vedevo più… anche la vista mi si era annebbiata…

Solo quelle puzzolenti anime vigliacche mi erano abbastanza vicine da poter essere viste distintamente: erano tante, e mi giravano intorno in un ampio cerchio. Ma cosa si erano messe in testa?… Pensavano di poterla spuntare con me?… Certo non ero più un giovane scattante, ma la mia forza era sempre quella del re che ero stato.

Camminavo, in cerca di una preda abbastanza facile: sapevo che per farcela sarei dovuto arrivare alla piccola pozza d’acqua vicina all’albero dei miei antenati. Conoscevo la strada, ero sicuro che, una volta cacciate quelle schifose, sarei stato in grado di recuperare le energie per riavvicinarmi al mio gruppo.

Aspettarono, le codarde… Ero affamato… assetato… loro si avvicinavano, stringevano il cerchio cominciando a far sentire quella loro idiota risata.

Cercai di spaventarle ruggendo, ma loro ridevano più forte. I miei compagni non potevano sentirmi… Avrei fatto vedere loro chi era il re… Io non avevo paura di loro… Come si può aver paura di quelle bestiacce che non sono neppure capaci di conquistarsi le loro prede ma vivono dei resti lasciati dai cacciatori come noi? Le disprezzavo con tutto il mio cuore, erano proprio l’opposto di quello che sentivo di essere io, leale, orgoglioso, con una dignità alla quale non avrei potuto né voluto rinunciare.

Non ce la facevo più…. le zampe si piegavano… ma non potevo fermarmi: sapevo che se io mi fossi sdraiato per riposare avrei perso il controllo della situazione e avrei permesso a quelle bastarde di avvicinarsi. Non potevo… erano tante e non potevo guardare in tutte le direzioni.

Ma dovevo riposare… il fiato non c’era più… In quel punto la savana non offriva ripari: era un infinito mare di spighe fiammeggianti. Dovevo fare da solo, non potevo contare su nessuno perchè nessuno sapeva che io ero lì, e nessuno mi poteva sentire….

Per la prima volta nella mia vita avevo paura.

Era una strana sensazione: nella mia mente scorrevano le immagini della mia vita, il ricordo del mio papà, della mia mamma oh lei sì che avrebbe saputo difendermi!… Mamma, aiuto!… Dove sei?… Ma sì, certo, lo so che da molto tempo te ne sei andata nel mondo dei nostri antenati … ma quanto vorrei che tu fossi qui ora…. Come sono ridicolo! Un vecchio leone che vorrebbe la mamma… per fortuna nessuno può conoscere i pensieri, se no riderebbe di me.

Ma ora dovevo trovare una soluzione, velocemente perchè le mie forze si stavano esaurendo.

Le maledette si avvicinavano. Io le tenevo a bada con il mio ruggito: diamine, potevo ancora far paura! In mezzo ai miei pensieri il giorno se n’era andato. E ora loro potevano spiarmi meglio di quanto io potessi controllare loro, perchè loro erano più piccole, e potevano nascondersi. Io non ci pensavo neppure a nascondermi, anzi, dovevo mostrarmi, far vedere che il re ero ancora io, e che loro non potevano misurarsi con me.

Dovevo fermarmi, non mi reggevo più in piedi. Dovevo aspettare la luce… loro con il sole non vanno d’accordo, il sole le costringe a mostrarsi, e loro non hanno il coraggio di farsi vedere… sanno solo ridere… Dio quella loro risata da incubo, così macabra, così odiosa…

Mi sdraiai tra le spighe ormai nere…. mamma vieni ti prego ad accarezzarmi come quando ero cucciolo e mi facevi giocare sopra di te con i miei fratelli… vieni a farmi sentire sicuro come allora….

Chiusi gli occhi. Ero tanto stanco. Avevo vissuto una vita degna di come mi avevano educato i miei genitori, secondo i valori della nostra specie: ero sempre stato leale, aperto, avevo obbedito solo alle leggi della nostra natura, senza mai contravvenire all’ordine perfetto delle cose, senza esagerare, senza far del male se non per sopravvivere… e sempre alla luce del sole, permettendo a chi avevo di fronte di difendersi a suo modo o di scappare con zampe più lunghe e agili delle mie.

Avevo vissuto una bella vita, e non avevo né rimpianti né rimorsi.

Forse la vita di un leone è questa… una vita faticosa, ma nella quale non è permesso rinunciare alla dignità, neppure di fronte alla morte.

Cosa avrebbero fatto quelle assassine vigliacche?

Strano… non mi importava più nulla…. certamente se mi avessero attaccato non mi sarei arreso, avrei reagito con tutte le forze che mi rimanevano. Di questo ero sicuro.

Mi addormentai, e sognai. Sognai una savana ancora più brillante di quella che conoscevo così bene e nella quale avevo vissuto tutta la mia vita. E vidi la mia famiglia che mi veniva incontro gioiosamente, come per giocare di nuovo insieme e correre con le criniere al vento.

In testa al gruppo c’erano mio nonno e mio papà, che anche nel sogno avevano quell’aria severa che incuteva rispetto e timore a tutti. La mia mamma, con il suo bel pelo chiaro che la faceva spiccare nel branco, venne verso di me e allungò la sua zampa a toccare la mia testa, come quando, da piccolino, mi faceva sentire una tenerezza che il resto del mondo ignorava.

Mi svegliò un acuto dolore alla gola. Erano loro, quelle vigliacche, che avevano approfittato della mia distrazione, e si erano avvicinate senza che io le sentissi. E dopo il primo morso della più audace, ne arrivarono altri, numerosi, dappertutto.

Avrei preferito morire gloriosamente in uno scontro alla pari con un rivale degno di me, e non avrei immaginato di finire la mia vita assassinato dalle bestie più ripugnanti del nostro mondo.

Chiusi gli occhi.

La mia vita era finita … o forse iniziava ….

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