C. è nata con due mesi di anticipo: una bimba prematura, in un tempo oggettivamente non lontanissimo ma distante anni luce nelle prassi ormai acquisite nella clinica neonatale. E’ nata con un problema fisico legato alla difficoltà del parto, avvenuto con urgenza per un reale rischio di morte della piccola.

C. è rimasta per due mesi da sola, nel reparto immaturi, dove è stata curata e alimentata, ma dove non ha avuto alcun rapporto con la sua mamma.

C. è una sopravvissuta, che si è aggrappata alla Vita con la forza incredibile con cui la Natura permette di lottare per esistere.

La vita di C. rientra con il tempo in una sorta di “normalità”, almeno per ciò che concerne le tappe dello sviluppo psicosessuale. Ma la ferita originaria, la mancanza della mamma, non si è mai rimarginata. E’ terrorizzata dalla possibilità, che percepisce come probabile e quasi certa, dell’abbandono. “Fa la brava”, si comporta bene, non si ribella mai a nulla, è studiosa, diligente. Ma tutto ciò non basta a farla sentire amata, e C. attribuisce questo non essere accettata a qualche sua mancanza, al suo non essere mai all’altezza …

Studia, si laurea brillantemente, parla correntemente diverse lingue, pubblica articoli su riviste specializzate. Ma la sua ferita brucia. Nulla è sufficiente a ritrovare un amore mai avuto, a sentirsi una figlia amata.

Conosce anche dei traumi pesanti, persino un abuso. Ma non può dirlo a nessuno, è sicura che non sarebbe creduta.

E’ una giovane curiosa, intellettualmente vivace, sensibile…. Si innamora, si sposa e riesce a costruire la sua bella famiglia. Ha due figli, riesce a vivere la gravidanza e il parto normalmente, felice di esaudire il desiderio di diventare una mamma. Ma le manca il vissuto di figlia. Ama i suoi figli, e li accudisce in modo accurato e affettuoso, identificandosi con loro e dando loro quello che desidererebbe ricevere. Ad un certo punto, chiede aiuto al suo medico di base perchè si sente ansiosa, insicura sull’educazione dei figli, ha delle potenti cefalee. La situazione viene gestita bene, con l’aiuto di qualche farmaco.

Nel 2015 inizia a sentirsi debolissima, fa fatica a vedere, a parlare, a deglutire, a camminare. Ha costantemente una sensazione di instabilità che le crea ansia Si crea un circolo vizioso. C. chiede aiuto al servizio psichiatrico. Da allora e negli anni successivi, non solo la situazione non migliora, ma la sintomatologia si arricchisce di insonnia, difficoltà di concentrazione e depressione. Nel 2016 è comparsa una sintomatologia dispercettiva connotata da voci svalutanti centrate sul suo lavoro, diventata più invasiva ed intensa, tanto da crearle episodi di regressione e disorientamento.

Chiede una psicoterapia. E’ una persona estremamente intelligente, procede in un percorso tutt’altro che facile ma riesce a rimettere a posto le tessere di un mosaico che le presenta finalmente un quadro della sua persona e della sua vita.

Vede chiaramente che l’elemento che originariamente ha determinato la sua fragilità psichica sta tutto in quei due mesi all’alba della sua esistenza in cui è sopravvissuta nel completo silenzio emotivo. A questo poi si deve aggiungere la presenza di una madre-frigorifero, usando una perfetta espressione spesso fraintesa coniata da Bruno Bettelheim. E’ una madre totalmente anaffettiva dalla quale tuttavia C. desidererebbe ancora sentirsi accettata.

John Bowlby scrive:
Anche se particolarmente evidente nella prima infanzia, il comportamento di attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba

Anche se particolarmente evidente nella prima infanzia,
“Il comportamento di attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba.”

C. è una sopravvissuta, il suo problema non è legato originariamente ad un abbandono ma ad un attaccamento mai avvenuto. Ha fatto tutto da sola, aggrappandosi con tutte le forze ad una Vita che ha rischiato di perdere venendo al mondo e alla quale è attaccatissima.

I servizi psichiatrici, invece che credere nella possibilità di una scienza che abbia come obiettivo la guarigione, ha “trattato” la condizione psichica di C. come una situazione semplicemente da controllare. Agendo così hanno creato una patologia per la quale ora le vorrebbero negare un’alternativa di cura, contravvenendo alla legge nazionale sulla libertà di un paziente di scegliere come farsi curare.

Da una madre-frigorifero a un sistema psichiatrico in cui la presa in carico del paziente non comprende la cura. Solo un controllo che con l’andar del tempo diviene costante e cronico, più ammalato della sofferenza di chi a questo sistema si rivolge chiedendo aiuto.

La cura, per funzionare, deve comprendere necessariamente la tenerezza, quell’unica forma di amore inesigente che è proprio di una mamma.

Attaccamento e abbandono
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