L’Antipsichiatria ufficialmente nasce nel 1967, con una pubblicazione dello psichiatra inglese David Cooper che usa questa definizione. In realtà i prodromi di questo movimento si manifestano subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, allorchè comparvero sul mercato due nuove classi di psicofarmaci: gli antidepressivi e i neurolettici.

Le due cose non sono indipendenti. Certamente, l’idea del sistema manicomiale entra in crisi, in quanto ridotto alla “detenzione” di pazienti ritenuti incurabili. Sappiamo che questa crisi porta all’approvazione in Italia della legge 180 nel 1978, la quale sancisce la chiusura dei manicomi, cosa assolutamente buona e giusta.

Ma torniamo all’Antipsichiatria. Nell’ambito di questo movimento, possiamo distinguere un nucleo di intellettuali contrari alle Istituzioni intese come strumenti di controllo sociale, e un nucleo più radicale che si pone contro tutto ciò che fosse presente prima della “rivoluzione” esplosa nel 1968. Contro le Istituzioni, contro la Scuola, contro l’Autorità, contro la Medicina tradizionale, contro la Psichiatria… Di essa, intesa come disciplina scientifica e conseguentemente come pratica clinica, viene negata la sua stessa ragion d’essere, se non come longa manus di un potere politico contestato su tutta la linea. Negando il valore della Psichiatria, si nega l’esistenza della malattia mentale, riportata a disagio sociale.

E’ vero che nel disagio psichico ritroviamo spesso diversi elementi che determinano la condizione patologica, e tra essi certamente anche il contesto sociale in cui la persona vive e le dinamiche relazionali del suo ambito culturale, ma inizia ad essere del tutto negata la dimensione individuale del disagio, derivante da una storia personale e da esperienze soggettive, per definizione uniche e irripetibili.

In qualche modo, l’Antipsichiatria non riconosce le cause che portano i suoi sostenitori alla negazione di una condizione di sofferenza che evidentemente spaventa, perchè meno oggettivabile rispetto a tutte le altre forme di malattia. Si sostituisce alla presunta volontà di controllo della persona il controllo del suo sintomo, condannando il paziente ad una riabilitazione sociale senza la cura del suo disagio, negato come patologia. Viene identificato un “nemico” esterno, la Società, come causa della sofferenza, si tende a privilegiare il gruppo a scapito del riconoscimento del dolore del singolo, si demonizza l’idea della possibilità di ricovero del paziente quasi per lenire una sorta di senso di colpa e una volontà di espiazione per la condannata esperienza manicomiale, ormai conclusa.

La malattia mentale esiste e merita rispetto. Ha una sua dignità e richiede di essere riconosciuta perchè di essa ci si possa prendere cura, avendo come obiettivo il benessere del paziente e il suo diritto ad una vita degna di essere vissuta, al pari di tutti coloro che non esprimono questo tipo di problematiche.

Il ricovero ha un suo valore come momento talora necessario in un percorso terapeutico, in cui certamente farmacoterapia e psicoterapia devono poter collaborare in modo integrato. La psicoterapia delle psicosi esiste, è una specializzazione che ha una sua validazione scientifica e clinica, e non deve essere negata come la possibilità di guarire dal disagio psichico, per il quale sembra essere contemplato solo il ricorso a farmaci di sempre più raffinata composizione.

Fino a quando non si comprenderà che per curare la malattia mentale non bisogna temerla, ma bisogna sapere come avvicinarsi ad essa e accompagnare il paziente nel suo mondo, invece che cercare esclusivamente di controllare il suo comportamento, continueremo, noi che crediamo nel valore della Persona e nel suo diritto di essere riconosciuta e accettata anche nella sua malattia, ad andare contro corrente, in nome di un Ideale troppo alto per essere abbandonato.

Psichiatria e Antipsichiatria

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