L’interruzione di gravidanza

L’aborto consiste nell’interruzione prematura di una gravidanza prima che il feto sia in grado di sopravvivere autonomamente dalla madre Può avvenire per cause naturali (aborto spontaneo) oppure può essere provocato artificialmente (interruzione volontaria della gravidanza.
Secondo la legge 194, in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza può essere praticata entro 90 giorni dalla data del concepimento e deve essere motivata da un pericolo fisico o psichico per la salute del bambino o della madre.
Dopo i primi 90 giorni, l’IVG può essere praticata quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, oppure quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Volendo dare una precisazione, la legge dice anche che, qualora venga attuato l’intervento di IVG, deve essere adottata ogni misura idonea a salvaguardare la vita del figlio, cosa sempre più facilitata dagli enormi progressi tecnici in medicina.
Gli effetti psicologici dell’aborto sono estremamente variabili e non sembrano essere determinati né dall’educazione ricevuto né dalla fede religiosa. In genere, le donne che vivono l’esperienza di un aborto spontaneo, pur presentando inizialmente uno stress psicologico maggiore, vanno incontro ad un miglioramento più veloce dei disturbi emotivi rispetto alle donne che hanno interrotto volontariamente la gravidanza. La reazione all’aborto spontaneo e a quello volontario è certamente diversa: mentre l’aborto spontaneo è improvviso e involontario, l’aborto provocato implica la responsabilità cosciente della madre.
Attualmente, numerosi studi scientifici evidenziano il ruolo dell’aborto nell’insorgenza di gravi disturbi psicologici. Tra i comportamenti che più frequentemente si riscontrano nelle cosiddette sindromi post-aborto troviamo i disturbi del sonno, varie forme depressive e il ricorso all’assunzione di psicofarmaci.
Nel caso dell’aborto con la pillola RU486 i disturbi psichici possono essere anche peggiori, in quanto sono le donne stesse a dover gestire l’aborto.
Per quanto concerne il processo decisionale nelle donne in crisi dopo la scoperta della gravidanza, i sentimenti di ambivalenza sul tenere o meno il bambino sono presenti in maniera significativa sia prima che dopo l’IVG, anche tra le donne più convinte della loro scelta. L’ambivalenza viene espressa generalmente non in modo esplicito, ma indirettamente con un comportamento taciturno o aggressivo, o anche ostentando un’eccessiva sicurezza. L’ambivalenza è un aspetto fondamentale perchè permette di prevedere la possibile insorgenza di disturbi psicologici dopo l’IVG ed è correlata con l’aumento di determinati sintomi quali senso di colpa, ansia, rimpianto, depressione e rabbia. Essa è da collagare a conflitti di natura personale, morale, spirituale e relazionale che influiscono sulla scelta fatta.

La sindrome post-aborto.

L’aborto volontario è un evento drammatico, in cui alla morte fisica del bambino corrisponde la morte di una parte psichica della mamma. Esso si configura come un evento traumatico, in quanto sconvolge i meccanismi mediante i quali normalmente ci si relaziona con il contesto reale. Il trauma dell’aborto condiziona in misura significativa la capacità di elaborazione di vissuti passati o presenti, la gestione dei sentimenti, la capacità di esprimere i sentimenti attraverso la fisicità, la percezione di se stesse e del proprio corpo, la percezione degli altri e la sessualità. In riferimento all’aborto, alcune donne vivono emozioni intense senza avere un ricordo chiaro dell’evento, altre ricordano tutto senza emozionarsi, altre volte la donna vive in una condizione di costante vigilanza e vulnerabilità senza darsi per questo una spiegazione ragionevole, in quanto i sintomi da trauma hanno la tendenza a scollegarsi dalla loro origine.


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