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Spunti di riflessione: Michel Foucault

Riporto qui di seguito alcune frasi tratte dal celeberrimo “Sorvegliare e punire”. Invito a leggerle con attenzione… Potrebbero essere l’interpretazione di quanto viviamo in questo nostro momento storico e potrebbero indurre a delle riflessioni più profonde su alcuni meccanismi di dominio sulle persone.

Non bisognerebbe dire che l’anima è un’illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realtà, che nasce e rimane permanentemente, intorno, alla superficie, all’interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che agisce su coloro che vuole punire – in modo più generale su quelli che vuole sorvegliare, addestrare, correggere. I pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllo lungo tutta la loro esistenza. Realtà storica di quest’anima, che, a differenza dell’anima rappresentata dalla teologia cristiana, non nasce fallibile e punibile, ma nasce piuttosto dalle procedure di punizione, di sorveglianza, di castigo, di costrizione.

L’uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l’effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un’«anima» lo abita e lo conduce all’esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L’anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima, prigione del corpo.

la morte è un supplizio: non è semplicemente privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze. La decapitazione le riconduce tutte ad un sol gesto e in un solo istante: il grado zero del supplizio. Lo squartamento le porta quasi all’infinito. L’impiccagione, il rogo, la ruota sulla producono una lunga agonia. La morte-supplizio è l’arte di trattenere la vita nella sofferenza, suddividendola in «mille morti» e ottenendo, prima che l’esistenza cessi, «the most exquisites agonies». Il supplizio riposa su tutta un’arte quantitativa della sofferenza.

Storicamente, il processo per cui la borghesia è divenuta nel corso del secolo Diciottesimo la classe politicamente dominante è avvenuto dietro la messa a punto di un quadro giuridico esplicito, codificato, formalmente egualitario, e attraverso l’organizzazione di un regime parlamentare e rappresentativo. Ma lo sviluppo e la generalizzazione dei procedimenti disciplinari hanno costituito l’altro versante, oscuro, di quei processi. La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti uguali in linea di principio, era sottesa da meccanismi minuziosi, quotidiani, fisici, da tutti quei sistemi di micropotere, essenzialmente inegualitari e asimmetrici, costituiti dalle discipline. E se, in modo formale, il regime rappresentativo permette che direttamente o indirettamente, con o senza sostituzioni, la volontà di tutti formi l’istanza fondamentale della sovranità, le discipline forniscono, alla base, la garanzia della sottomissione delle forze e dei corpi.

La penalità sarebbe allora un modo per gestire gli illegalismi; di segnare i limiti della tolleranza, di lasciar spazio ad alcuni, di esercitare pressioni su altri, di escluderne una parte, di renderne utile un’altra, di neutralizzare questi, di tirar profitto da quelli. In breve; la penalità non «reprimerebbe» puramente e semplicemente gli illegalismi; essa li «differenzierebbe», ne assicurerebbe l’«economia» generale. E se si può parlare di una giustizia di classe, non è solo perché la legge stessa o il modo di applicarla servono gli interessi di una classe, ma perché tutta la gestione differenziale degli illegalismi, con l’intermediario della penalità, fa parte di questi meccanismi di dominio.


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